

70. Le ragioni politico-sociali del successo del programma
giobertiano.

Da: V. Lo Curto-M. Themelly, Gli scrittori cattolici dalla
Restaurazione all'Unit, Laterza, Bari, 1976.

Come ci espongono gli storici Vito Lo Curto e Mario Themelly, il
Primato morale e civile degli Italiani di Vincenzo Gioberti,
pubblicato a Bruxelles nel 1843, ebbe subito un enorme successo;
il progetto giobertiano, bench fondato su argomentazioni storiche
e filosofiche non sempre corrette suscit un dibattito assai vasto
e caratterizzato sia da entusiastiche adesioni che da accese
polemiche, che spinsero il Gioberti ad attenuare certe posizioni,
come la provinciale esaltazione del primato italiano e
l'incondizionata fiducia nel papato. Un primo importante
chiarimento venne espresso nel saggio intitolato Prolegomeni del
Primato, pubblicato a Bruxelles nel 1845 in occasione di una
seconda edizione del Primato. Dalle affermazioni di Gioberti
risulta chiaro che la principale ragione del successo del suo
progetto non va ricercata nella soluzione politico-istituzionale
proposta - una poco probabile federazione di prncipi italiani con
a capo il pontefice -, ma nella sua capacit di mobilitare le
classi medie, in quanto non prevedeva n guerre, n sovvertimento
dell'ordine sociale.


Le millecinquecento copie della prima edizione del Primato furono
esaurite nel giro di poche settimane: il favore del pubblico fu
vivo soprattutto nell'Italia meridionale. In tutto il paese le
personalit pi rappresentative del liberalismo espressero, con
varia gradazione d'entusiasmo, il loro consenso. [...] Ma il libro
suscit anche una fitta bordata di confutazioni: fu attaccato a
sinistra da tutta la democrazia, a destra dai Gesuiti. Le accuse
che pi toccarono Gioberti furono quelle che indicavano nel
Primato un'opera clericale e reazionaria, ma la condanna dei
Gesuiti gli rivel che l'autorit ecclesiastica aveva respinto le
sue tesi.
Per chiarire le proprie posizioni, per intervenire nel dibattito
che aveva suscitato, Gioberti volle corredare la seconda edizione
dell'opera, che l'editore Cline di Bruxelles si preparava a porre
sotto i torchi, d'una Introduzione. Ma una vulcanica vena dilat
le dimensioni della progettata Avvertenza: vennero fuori cos le
cinquecentocinquantanove pagine di un nuovo libro che, stampato a
parte nel 1845, prese il titolo di Prolegomeni del Primato. Con
un discorso ininterrotto, raziocinante, lucidissimo, senza stacchi
n capitoli, Gioberti, costretto a venire allo scoperto, chiar
agli altri, forse a se stesso, quel che era rimasto implicito od
oscuro nel suo pensiero. I Prolegomeni sono da una parte
l'autogiustificazione di Gioberti innanzi alle accuse di
clericalismo, dall'altra una rettifica di posizioni di fronte
all'attacco dei Gesuiti. [...] Gioberti stese la mano ai cattolici
avanzati, rassicur i liberali: rispose alle obiezioni, svilupp
quel che nel Primato era stato a volte ambiguamente accennato,
distinse il fondamentale dall'accessorio: nei Prolegomeni il
programma politico di Gioberti appare in una luce diversa.
Rettific la rotta, assest il movimento cattolico liberale, del
quale Balbo lo aveva riconosciuto capo, su posizioni tanto
avanzate quanto riteneva che la situazione storica consentisse. Si
distacc dalle sinistre rivoluzionarie prendendo lo spunto dal
recente sacrificio dei Bandiera, confut l'utopismo dei
mazziniani, [...] prese le distanze dalla democrazia laica, ma
insieme ruppe clamorosamente con la Destra cattolica, con la
Compagnia di Ges. Il Cattolicesimo liberale di Gioberti assunse
cos la fisionomia di un movimento pi o meno moderatamente
progressista e riformatore: l'Italia - si legge nelle prime
pagine dei Prolegomeni - non vuole distruggere gli ordini presenti
ma solo migliorarli radicalmente.
In sostanza, confermando integralmente l'impianto dottrinale del
Primato, propose una lettura pi attenta e pi scaltra della sua
opera [...]. Quelle che potevano sembrare le strutture politiche
del Primato (papa, principe secolare) si rivelano espedienti
sperimentali, accessori, rinunciabili: saranno liquidati dalla
lotta politica del '48-'49 ma sono gi posti in subordine nel '45:
essenziale  solo la lega, la confederazione, primo passo
possibile e realizzabile verso l'unit nazionale. Ma
l'equilibrio della confederazione non pogger n sul pontefice, n
sui prncipi, n sul clero: il genio mediatore della
confederazione [sar] l'opinione pubblica [...] che oggi  vera
regina degli Stati e signora del mondo. Chi crede il contrario non
conosce la natura degli uomini in genere, n quella dell'Italia
odierna e del secolo corrente in specie. Con questo appello
all'opinione pubblica il tema del Primato viene portato avanti e,
rompendo il bozzolo ieratico nel quale era avvolto, si rivela nel
medio ceto, nella borghesia, saviezza e fiore delle nazioni,
l'autentico protagonista della politica di Gioberti.
Il ceto medio non eccelle soltanto per operosit, ricchezza,
ingegno, esso , per Gioberti, l'ordine dialettico dei
cittadini, il ceto dialettico. Ci non significa soltanto che
la borghesia  la naturale depositaria della filosofia politica
della mediazione (della conciliazione degli opposti, della
moderazione, del compromesso, dell'uso dei mezzi prudenti), ma
anche che essa  ceto universale, onnicomprensiva, capace cio
di assorbire e plasmare sul proprio modello gli opposti estremi
del patriziato e della plebe. E, quella di Gioberti, una visione
promozionale della societ nella quale si annulla il conflitto
delle classi e l'egemonia borghese si fonde col populismo:
Dove la civilt  maggiore, questo ceto, oltre all'essere pi
numeroso,  altres pi comprensivo, e fino ad un certo segno si
mescola cogli estremi; cosicch i confini, che partono dai grandi
e dalla plebe, sono incerti e perplessi, non precisi e taglienti.
E siccome tali confini vanno sfumando vie meglio di giorno in
giorno, e il mezzo, dotato di grande virt espansiva, aspira,
dilatandosi, a comprender gli estremi,  prevedibile un giorno, in
cui il trapasso da un termine all'altro si far gradatamente e
senza salto di sorta. [...] Il ceto medio diverr in qualche modo
il ceto unico, assoluto, universale, e la societ tutta quanta,
compenetrata dalle dolci influenze dell'armonia, non pi rotta e
sparpagliata dalle divisioni ingiuste e arbitrarie, quieter lieta
e concorde nel mezzo dialettico. L'universalit del ceto medio si
pu dunque considerare come l'apice dell'incivilimento; e il
predominio attuale di tal classe nelle parti pi gentili di Europa
 quasi un augurio della futura cittadinanza e dello stato
definitivo dell'umana famiglia.
Mentre i reazionari francesi della Restaurazione - sognando l'
Ancien Rgime - rappresentavano la borghesia come una classe che
aveva conquistato il proprio egoistico privilegio opprimendo le
plebi, Gioberti mostra invece come la borghesia sia classe
dilatabile capace di assorbire progressivamente le moltitudini
subalterne. Anche di queste mette in luce la virtuale positivit,
il decisivo contributo. La borghesia pi che una classe
rappresenta una forma di cultura, la sovranit dell'ingegno, ma
questo perlopi sorge e alligna spontaneamente nel popolo, che 
quasi la miniera in cui si occultano grezzi e rozzi i preziosi
tesori; [...] l'ingegno si nasconde in quella massa indigesta che
plebe si appella. La plebe  come il repositorio universale delle
sociali potenze destinate di mano in mano ad attuarsi, e quasi il
chilo di cui si nutrica e risanguigna continuamente la classe
media dei cittadini.
Minori simpatie lascia intravvedere quando rappresenta il
patriziato, ma anche questo, nel suo disegno, dee diventar ceto
medio: l'unione del patriziato col ceto intermedio dei cittadini
rappresenta l'avviamento concorde dei due ordini affratellati
nell'unit del laicato civile verso la redenzione patria.
Gioberti ripensa dunque la storia d'Italia anche come storia di
gruppi sociali (patriziato, borghesia, plebe) visti nella loro
dialettica e rappresentati in uno sforzo di conciliazione intorno
agli ideali nazionali e religiosi. Il guelfismo non  pi
considerato come nel Primato dottrina nazionale degli italiani,
ma ne vengono indicati i limiti e viene proposta una formula
mediatrice che superi l'antitesi storica ghibellino-guelfa
integrando le unilateralit dei grandi opposti modelli, Alfieri e
Manzoni: dico che non bisogna seguire l'Alfieri senza il Manzoni,
n Manzoni senza l'Alfieri. Solo il fascio di tutte le forze vive
nel paese intorno al dialettico ceto borghese potr portare allo
sterminio dell'intrusione barbarica, alla riconquista della
libert e dell'indipendenza.
In questo quadro un rilievo particolare  dato all'opera degli
intellettuali: Gioberti  il primo tra gli scrittori politici
italiani a tracciare un programma di politica culturale, polizia
dottrinaria com'egli dice. Della necessit di ordinare la
pubblica opinione determinando il modo della sua manifestazione
ed imprimendovi una forma stabile aveva discorso nel Primato, ma
nel quadro generale di quell'opera l'organizzazione degli
intellettuali era affidata alla direzione del clero. Nei
Prolegomeni il compito spetta alla borghesia: ci non significa
che l'influenza religiosa diventi pi lieve. Il modello
dell'intellettuale  per Gioberti lo scrittore dialettico, cio
il seguace e il continuatore della sua filosofia, il cui compito
consiste nel riflettere nel proprio spirto le vicende
dialetticali e passare per i due momenti successivi della mischia
ostile dei contrari e del loro amichevole componimento. Egli deve
abbracciare con alto e difficile magistero un gran numero di
idee e forze contrastanti. Anche il linguaggio dell'intellettuale
dialettico dovr strutturarsi secondo i principi della negazione e
della mediazione e quindi assumere un movimento nuovo e diverso.
[...].
Passando dalle osservazioni sul linguaggio ad altre pi generali e
politiche, si dovr notare che entro le formule dialettiche che
celebrano la maestria comprensiva  racchiusa in nuce [in
sintesi], nel bene e nel male, tanta parte della storia della
classe dirigente moderata italiana [...]. Si rivela, per, anche
quella che fu la forza effettiva di quel movimento, l'esigenza che
fu per la prima volta giobertiana di aderire alla realt del paese
impegnato in un complesso processo di trasformazione, di
accogliere e rappresentare con la maggiore ampiezza e
articolazione possibili le aspirazioni di una societ in
movimento, senza trascurare, come amava ripetere, nessuna idea
valida, nessuna forza effettiva. Quello che Gioberti chiamava
mediazione dialettica era lo sforzo di stabilire un rapporto
organico con gli interessi profondi delle classi e dei gruppi
emergenti. Privilegi la borghesia perch scorse in quella una
forza egemone. Nella volont di radicare il programma politico
nelle aspirazioni e negli interessi di larghi strati sociali [...]
si coglie il preannuncio della politica cavouriana e si motiva
storicamente la prevalenza dell'organico blocco borghese liberale
moderato nei confronti dei gruppi democratici e radicali.
